31) Bergson. Sui limiti della conoscenza.
Secondo Bergson, mentre l'intelligenza umana si dimostra
particolarmente efficace nella conoscenza di oggetti solidi e
inerti, mostra tutti i suoi limiti quando vuole comprendere il
profondo significato del movimento evolutivo, la natura della
vita.
H. Bergson, L'volution cratrice, Alcan, Paris, 1907; traduzione
italiana L'evoluzione creatrice, cura di A. Vedaldi, Sansoni,
Firenze, 1986, pagine 65-71 ( pagine 393-394).

 La storia dell'evoluzione della vita, per quanto tuttora
incompiuta, ci lascia scorgere come l'intelligenza si sia venuta a
mano a mano formando, mediante un progresso ininterrotto, lungo
una linea che sale sino all'uomo, attraverso la serie dei
Vertebrati. Ci mostra nell'intelligenza un annesso della facolt
di agire, un adeguamento via via pi preciso, pi complesso e
duttile della coscienza degli esseri viventi alle condizioni di
vita che vengono loro imposte. Da ci si dovrebbe logicamente
dedurre che la nostra intelligenza - nel senso stretto del termine
-  destinata ad assicurare la precisa inserzione del nostro corpo
nell'ambiente che gli  proprio, a rappresentarsi i reciproci
rapporti delle cose esterne, infine a pensare la materia. Sar
questa, infatti, una delle conclusioni cui arriveremo nel presente
saggio. Vedremo che l'intelligenza umana si sente a proprio agio
soltanto fra oggetti inerti, e specialmente fra solidi; in questi,
la nostra azione trova il proprio punto d'appoggio e la nostra
industria i propri strumenti di lavoro. Vedremo che i nostri
concetti sono stati foggiati a immagine dei solidi; che la nostra
logica  principalmente logica di solidi e che, proprio per questo
motivo, la nostra intelligenza trionfa nella geometria - una
scienza in cui, pi che in ogni altra, si rivela la stretta
parentela fra pensiero logico e materia inerte, in cui
l'intelligenza non ha altro da fare che seguire il proprio
andamento naturale, dopo un fugacissimo contatto con l'esperienza,
per procedere da una scoperta all'altra con la certezza d'essere
costantemente seguita dall'esperienza, che le dar sempre ragione.
Ma da ci dovrebbe risultare ancora che il nostro pensiero, nella
sua forma puramente logica,  incapace di cogliere la natura
genuina della vita, il profondo significato del movimento
evolutivo. Difatti, come potrebbe l'intelligenza, creata dalla
vita in determinate circostanze, per operare su determinate cose,
abbracciare la vita tutt'intera, se non ne  che un'espressione o
un aspetto? Depositata, per cos dire, lungo la strada dal
processo evolutivo, come potrebbe investire il processo stesso?
Noi sentiamo infatti distintamente che nessuna categoria del
pensiero - unit, molteplicit, causalit meccanica, finalit
intelligente eccetera - pu esattamente applicarsi alle cose della
vita. Invano si tenta di comprimere la vita entro questo o
quest'altro schema intellettuale. Tutti gli schemi si spezzano.
Sono troppo stretti; soprattutto, sono troppo rigidi per
accogliere ci che vorremmo inserire. Il nostro ragionamento, cos
sicuro di s quando opera fra cose inerti, si sente invece a
malagio su questo terreno.
Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati,
Milano, 1991, volume I, pagine 790-791.
